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giorgiomaria
REACHING THE TARGET AS FAST AS I CAN
23 maggio 2003
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CAPITOLO PRIMO a

Pioggia, notte, freddo intorno



Qualunque cosa sto dicendo, non la penso.
Qualunque risposta ricevo, non voglio ascoltarla.
Pioggia, notte, freddo intorno.
Occhi negli occhi, continuiamo a guardarci, ma non resisto più. Dunque perdo e li abbasso.
- Tu non ascolti me, io non ascolto te… tanto vale tacere, non credi ?-, mi dice.
- Sei tu che mi hai chiamato. Sono qui, perciò parlami- , finisce e tace.
Come in uno specchio, è me stesso che ho di fronte, ma è reale. Più di quanto non lo sia mai stato io.
- Non consciamente.- rispondo – Sai benissimo che quella parte di me che non controllo ti ha chiamato, e sai anche che essa non parla. Ho io il comando della bocca. Perché sei qui ? Ne so quanto te.-
La figura mi osserva, ma ho ancora gli occhi bassi, finché una grande luce inghiotte la scena, e mi sveglio.

Mi chiedo se sia possibile dimenticarsi di una persona che non si è mai conosciuta. No.
Per questo dalla memoria cosciente evade ogni traccia del sogno, mi alzo da letto e mi preparo ad uscire.

Ogni volta che scendo nell’Ade della metropolitana è come se ogni istante divenisse eterno.
Il treno viaggia troppo veloce, i rumori sono troppo forti. Una tortura cui non sarò mai così avvezzo da poter dire ‘sì, è vero, prendo la metro ogni giorno, e allora? Fastidio? No, perché? Ci sono talmente abituato…’
Figuriamoci, non sono abituato neanche a me stesso…

Ecco, è la mia fermata. Anche oggi sono arrivato.
Vivo.

Sto salendo le scale per raggiungere il mondo di fuori; mi sento osservato. Mi giro di scatto, come se mi fosse caduto qualcosa o stessi cercando qualcuno. Niente, nessuno.
Solo ora mi accorgo di come gli antri che mi circondano siano effettivamente vuoti. Stranissimo.
Mi fermo, ascolto il silenzio e naturalmente non sento nulla.
Da un angolo mi sembrano provenire dei passi, tendo l’orecchio, aspetto.
Aspetto. Da quando sono nato non faccio altro, eppure non mi riesce poi così bene: il mio respiro è troppo affannoso, il cuore batte troppo forte, chiunque mi noterebbe perfino ad un chilometro di distanza.
- Mi spieghi perché continui a chiamarmi? Cosa vuoi da me? Anzi, cosa vuoi da te?-
Sono io. Dall’angolo è uscito un ragazzo che sono io.









CAPITOLO PRIMO b

Salsedine



- Allora, ti è piaciuto? Sai, sono tante notti che rimango alzata per cucirtelo, e…-
Non riesco a capire cosa sia. Un maglione? Una sciarpa? Un paio di pantaloni? Lana. Una massa informe di lana, del tutto anonima, del tutto inutile.
- Sei incredibile. È stupenda. Dico davvero: non avevo mai avuto una cosa così bella per il compleanno. Riesci sempre a stupirmi…-
Spero sia contenta.

Da tempo quando mi sveglio mi accorgo di aver fatto sempre lo stesso sogno. Ma non lo ricordo mai. Nella testa sento che una strana atmosfera si è ripetuta, che in qualche modo ho rivissuto certe sensazioni oniriche, e questo mi basta.
Oggi sono distrutto. Vorrei continuare a dormire per tutto il giorno, per ore, ore, ore…l’acqua che dalle mani scivola sul mio viso è gelida, il viso sullo specchio ha la bocca aperta e come al solito è ridicolo.
Apro la porta della cucina. Kenny sta mangiando i suoi croccantini; ha rovesciato per terra la scatola, ma non sembra curarsene.
Ho un appuntamento con Alessia, oggi. Per questo mi sono svegliato così presto anche se ufficialmente sono ‘in un periodo di riposo’. Faremo un giro al centro, sosteremo in negozi, parchi, forse musei. Mi darà anche un regalo, visto che è il mio compleanno.

Naturalmente non ho la macchina, me l’ha presa Paolo col pretesto che ‘nei periodi di riposo non si deve mai guidare’ e per questo prenderò la metropolitana. Mi fa un po’ paura, ma non posso farci niente. Ripeto: non ho la macchina, perciò…

Dev’essere successo qualcosa. Si è fatto tutto buio e mi sembra di camminare da ore in quest’inferno di cemento e rotaie.
Non c’è anima viva. Silenzio assoluto. Solo i miei passi distruggono la quiete da coma.
Uno, due, uno, due…comincio a contarli tanto per fare qualcosa, finché quella sagoma lì sulle scale mi spinge a fermarmi, più per curiosità che per paura.
Sarò pazzo, ma quello sono io.
Vorrei parlargli, e lo faccio. Sento che è stato lui a chiamarmi qui, e devo sapere perché. Ricordo tutto: è questa l’atmosfera del sogno che mi fa schiavo ormai ogni notte, e sento che se risponderà alla mia domanda tutto finirà.
Finisco di parlare, si volta, scappa…una luce fortissima ci inghiotte, e sono ancora sul letto della mia stanza, è Domenica, è il mio compleanno, e sono in ritardo per l’appuntamento con Alessia, la mia nuova ragazza.
Mi alzo in un lampo e la chiamo per dirle che non sarò puntuale.








- …oh, non ti preoccupare, pensa che ti avrei chiamato io per lo stesso motivo. Senti, poco fa ho avuto un’idea: perché non andiamo al mare? Con questo caldo non potrà che farci bene…-
- Magnifico! Non vedo l’ora! Per le ferie ho ancora tempo, e una giornata a sentire il rumore delle onde in tua compagnia mi aiuterà a sopravvivere. Allora facciamo così: tra un’ora davanti alla fermata del trenino per il lido. Ci stai?-
- Certo… amore, non vedo l’ora di darti il tuo regalo…è da tanto che ci lavoro sopra e…-
- Anch’io non vedo l’ora. Ma ora sbrighiamoci o faremo tardi. A dopo.-

Perfetto. Non so perché, ma sono felice di non dover scendere nella metropolitana per incontrarla. Sento che questo ha a che fare con il mio sogno di poco prima, ma come al solito non ricordo nessuna delle mie percezioni oniriche, e quindi non posso fare alcun collegamento consapevole.
Mi vesto e al trenino trovo la mia splendida Alessia.
I suoi capelli castani splendono al Sole, un vento fresco ci accarezza il viso, ed io ringrazio Dio di avere solo 24 anni.
La afferro per la vita, stringo forte. Ci scambiamo scariche di amore puro. Ci ricarichiamo a vicenda.
- Sei bellissima. Ancora non capisco cosa ci faccia una ragazza bella come te con uno come me. Intendo con uno stupido poliziotto che…-
- oh, smettila. Non voglio parole tristi, oggi. È il tuo compleanno e tutto dev’essere perfetto.-
Mi bacia.
Sul trenino si soffoca e tutti fumano, tranne io e Alessia, che non sopportiamo l’odore delle nuvole di nicotina. Mi guarda con aria interrogativa. Forse si aspetta che io li arresti tutti, ma non ha ancora capito che io sono Raffaele Sarti, e non sono Dredd. Facciano come vogliono, non è affar mio.

Lo stabilimento è sempre lo stesso. Da anni ci vengo e non vuole cambiare di una virgola. Il cielo è pulitissimo, fa da contrasto con l’aria schifosa che respiravo poco fa.
- Sì, due sdraio andranno bene, grazie.-
- No, una sdraio e un lettino…amore, sai che preferisco prendere il sole sdraiata…-
- Va bene signorì. Seguiteme, che ve porto nell’angolo de li finanzati… er posto mejo de sta spiaggia, fidateve.-
Lo ascoltiamo distratti, io e Alessia abbiamo occhi e orecchie solo per noi due.
Arrivati a destinazione, ci sistemiamo. Il tempo passa. È ora di mangiare.
- …qui al bar, ti va bene?-
- Certo tesoro…andiamo subito, così ti do il regalo...-



















CAPITOLO SECONDO a

Confessione



I miei risvegli si ripetono in sequenza finché decido di aprire gli occhi sul serio e iniziare la giornata.
Non ho orari, perché non ho un ufficio. Lavoro in casa, faccio lo scrittore.
Ho ventiquattro anni e vivo da solo. Da piccolo avevo un cane, ora vorrei avere un gatto.
Non ho soldi per mantenerlo. Se lo avessi lo chiamerei Kenny, come Kenny Rogers, quello di ‘Just dropped in’.
Non è facile essere scrittori. L’ispirazione è una strana bestia, che forse non esiste, ma che di certo non sempre è così presente da fornirti ogni giorno i soldi per mangiare.
Odio ammetterlo, ma non sono affatto felice di vivere come vivo ora.
Questa casa fa schifo, di bello ha solo l’affitto, che è molto basso.
Nel bagno c’è uno specchio enorme, sporchissimo , che non sono mai riuscito a lavare. Eppure sono sicuro che se lo lavassi le cose cambierebbero.
Ci ho provato in tutti i modi: detersivi, sostanza chimiche fornitemi da un amico che lavora in un laboratorio, perfino le uova. Niente.
Da tempo ho trovato uno stratagemma per cercare di avere ogni giorno voglia di scrivere. Quando mi va, prendo la metropolitana, scendo al centro storico. Mi piace molto , mi fa stare bene.
Guardo il panorama, la gente, gli animali al guinzaglio dei loro padroni. Dopo circa due ore, torno a casa. Corroborato da tutto questo, prendo in mano carta e penna, e scrivo.
Articoli per il giornale di quartiere, poesie, racconti. Ho anche scritto un libro, tre anni fa. Ebbe molto successo, figuriamoci che è ancora in ristampa. Ne ricevo ancora i soldi dei copyright, ed è soprattutto grazie a quelli che riesco a mangiare ogni giorno.
In verità qualcuno mi versa regolarmente un assegno di mezzo milione ogni mese sul conto in banca da circa due anni. Non ho mai toccato quei soldi. Sospetto che sia il marito di mia sorella ad inviarmeli. Lo odio, non gli darò mai la soddisfazione di vedermi usare i suoi assegni.
Ma forse un giorno cederò. Quando cesseranno le rendite del mio libro, sicuramente. Per questo voglio cambiare vita. Devo farlo. Eppure non ho la forza, e continuo a scrivere stronzate.

Quando laverò il mio specchio?
Quando?















CAPITOLO SECONDO b

Aperti, rossi e cattivi



Non resisto, gli devo sparare.
Un colpo, un solo colpo.
È a terra. Colpito alla gamba.
Si rialza, sparo di nuovo. La testa spruzza sangue, lui si accascia.
L’ho ucciso. È la prima volta che faccio fuori un uomo, e subito mi accorgo che l’unica cosa che è morta oggi, è la mia coscienza.

In balìa dei soliti pensieri, guardo le labbra di Alessia che si muovono, ma non ascolto i suoni che produce.
Il tempo è bello, l’aria è frizzante, tutto è perfetto, ma io sono particolarmente distratto.
Comincio a muovere la bocca lentamente, imitando un cammello, come se stessi masticando e volessi mostrare a tutti il cibo mentre si frantuma.
Poi chiudo gli occhi, appoggio la testa e le braccia sul tavolo, e tutto è silenzio.

È immobile. Non respira più. Solo, il sangue continua a uscire dal suo collo. Mi convinco che ho fatto bene ad ucciderlo, che lui era il cattivo, io il buono, che se non avessi sparato mi avrebbe seccato lui, ma non mi basta.
Non sono Dio, e non lo sarò mai. Non è giusto ciò che ho fatto. Giusto. Che suono curioso ha questa parola ora nelle mie orecchie… dannatamente privo di senso.
Quando decisi di entrare nella polizia, sapevo che mi sarebbero potute accadere cose come questa, e le aspettavo con gioia.
Avrei sparato, avrei ucciso, senza rimorsi, ma non è così.
L’istante in cui guardo il cadavere è eterno. Il silenzio intorno è assordante, l’atmosfera di ghiaccio.
Provo un irrefrenabile desiderio di girare la nuca della vittima, per guardarla in faccia.
Voglio vedere com’è la morte. So di poter fare solo questo, ora.
Lentamente mi dirigo verso di lui, con passi stanchi, pesanti. Mi inginocchio, tocco i suoi capelli, cercando di non sporcarmi le mani del suo sangue.
Con cura muovo la testa, e fissando finalmente i suoi occhi scopro che il volto è segnato da un’orribile smorfia di paura.
C’è qualcos’altro di strano. Il viso somiglia maledettamente al mio.
È il mio.
Sembra volermi dire qualcosa, in preda agli spasmi della morte. Allora è ancora vivo, penso.
Non l’ho ucciso! È vivo!
- Non vorresti anche tu che lo specchio fosse pulito?…-
Sta parlando, lo ascolto. Una luce immensa prende il posto delle parole, uscendogli dalla bocca. Ne sono attratto, vi immergo una mano, poi l’altra, tutto il corpo…
Mi ritrovo completamente nudo a nuotare in un mare di luce. In lontananza sento delle luci, ma ne distinguo a malapena una…

- Tesoro, che hai? Dai, non scherzare… hai dormito stanotte? Su, svegliati, scemo…-
Il bar al mare, il tempo bello, l’aria frizzante. Realizzo dove sono, e con chi.
Mi rendo anche conto di aver appena fatto uno dei miei soliti sogni. Non ne sono troppo stupito: da quando ho ucciso quell’uomo li faccio sempre più spesso, anche di giorno.


Hanno fatto bene a concedermi un periodo di riposo. So che non me lo avrebbero dato se non ne avessi avuto veramente bisogno. E so anche che quando sono così buoni con te, è solo perché hanno in mente di fotterti. ‘Dai, non preoccuparti, son cose che possono succedere, prenditi delle ferie, del tempo per pensare, ti chiameremo noi, il crimine ha bisogno di gente come te per essere fermato, ma a noi sta più a cuore la tua salute, no, non preoccuparti, hai sempre fatto bene il tuo lavoro, ci servi, ma ora è evidente che sei molto stanco, certe cose fanno male all’anima, e bisogna rilassarsi, stare soli, per superarle…’
Tutte stronzate. Non mi chiameranno più. Ha ragione Paolo: quelli come me li cacciano a calci nel culo. O sei in grado di fare il tuo mestiere, o…
Alzo la testa di scatto. Guardo Alessia con degli occhi che sono sicuro spaventerebbero chiunque, per quanto sono aperti, rossi e cattivi.


- Certo che ho dormito stanotte. Stavo solo pensando un po’. Continua pure, ti ascolto…-
- Ne sei sicuro? Hai una faccia…-
-…una faccia? È la mia, non credi? Cos’ha di strano?
Ripeto: continua pure, ti ascolto.-


































CAPITOLO TERZO a

Spuntino di mezzanotte



Stamattina mi sono svegliato un po’ più triste del solito. Probabilmente ho sognato qualcosa di bello, ma non me lo ricordo molto bene.
Ho sempre più paura di addormentarmi.
Sdraiato sul letto, mi spaventa l’idea del mio corpo inerme e solo su di un materasso che potrebbe acquisire una volontà propria e mangiarmi.
Spuntino di mezzanotte. Sonno eterno. Fine.

Mi sciacquo la faccia, fa freddo. Sento di essere sporco, ma non posso vedere alcuna mia immagine riflessa, questo specchio non serve a nulla.
Ma è davvero così importante percepire visivamente il proprio corpo?
Secondo me sì.
Per questo, oggi dedicherò la giornata a pulire la superficie un tempo liscia e lucida, ora incrostata, che ho di fronte. O almeno ci proverò.


È assurdo come io non abbia più voglia di farlo. Eccomi, sono qui, in bagno. Cinque minuti fa pensavo una cosa. Ora l’opposto.
Sono convinto che in realtà nessuno abbia davvero voglia di fare ciò che fa quotidianamente.
Semplicemente, si agisce in quanto si deve, perché qualcuno ce l’ha imposto, e anche se il fantomatico impositore non sempre è davvero identificabile, bè, c’è lo stesso, credetemi.

È assurdo che questo dannato specchio sia così sporco. Perché? Cosa ci hanno fatto? Cosa sono queste macchie rosse verdi blu che lo ricoprono? E questa striscia nera sul bordo?
La verità è che quando ho preso questa casa in affitto neanche sapevo fosse uno specchio.
Mi sembrava un quadro astratto e agli amici lo spacciavo per un Picasso.
Certo, mi sembrava strano fosse in bagno, ma di cose strane è pieno il mondo, e non ci si fa più caso.

È assurdo che io sia ancora qui a chiacchierare con la mia coscienza, puerilmente convinto di potermi far venir voglia di agire.

Basta sono stanco io esco.


-


È l’una mezzogiorno o le tre, non mi importa. Mi sono vestito, ho preso le chiavi, ho salutato il gatto che non c’è perché non posso permettermi di comprarlo.
E adesso sono fuori.
Il sole brilla ma non mi riscalda, il cielo è azzurro e le nuvole poche, a strati, delicate linee di bianco che accarezzano l’aere inquieto. C’è vento, molto.
Non ho voglia di pensare, preferisco lasciarmi trasportare da questo vuoto-pieno in movimento.
- Tò, chi si vede! Sei Raffaele vero? Sono anni che non ci si sente! Ma che fine hai fatto dopo il liceo?-
- Oh, ciao! Cosa hai fatto tu piuttosto! Dài fatti abbracciare… mamma mia sono secoli che non ci si vede!-
- Non sai quanto mi fa piacere rivederti! Davvero, tutti ci si chiedeva tu che fine avessi fatto…ti si dava per disperso!-
- Ma dài lo sapete che sono stato sempre un tipo solitario, riservato…ma non pensiamo più al passato, ora. Che fai di bello in questo periodo?-
- Eh, cosa faccio… cosa faccio…bella domanda...
Diciamo che me la cavo come posso, lavoricchiando un po’ qui e un po’ lì. E tu?-
- Io? Io faccio lo scrittore, qualche anno fa ho pure pubblicato una menata che ha avuto un discreto successo, e ancora ci prendo qualche soldo coi copyright.-
- oh, beato te!
Senti perché un giorno di questi non facciamo una bella rimpatriata? Dì, ci stai?-
- Ma certo, con enorme piacere! Chiamami pure quando vuoi, guarda se hai una penna ti do subito il mio numero di casa.-
- mmmh, fammi vedere… sì, eccola qui, ho anche un foglietto di carta… su, detta pure.-
- 0xxxxxxxxx-
- 0xxxxxxxxx, ok, scritto. Allora ci si rivede presto, eh? Ci contiamo tutti… in fondo al liceo eravamo un gruppo così affiatato… sarebbe un peccato perdersi completamente di vista.-
- Già, un vero peccato. Ciao!-
- Ciao!-

Ma chi era? Basta d’ora in poi non scendo più a fermate della metro in cui non sono strasicuro che non ci sia gente che conosco.
Non sono malato, è solo che non mi va di recitare con gli altri più di quanto non faccia già con me stesso.

Comunque, ormai sono qui, non mi va di riscendere nell’Ade, mi fa troppa paura, perciò continuo a camminare.
Speriamo bene.
Il vento è forte e aumenta sempre di più.
Vorrei mi portasse con sé verso mondi lontani, ma so che non è possibile.
Mi rendo conto che i vestiti e i capelli della gente che incontro sono l’unica essenza dinamica di tali corpi morti e per questo vorrei vedermi soffrire almeno un po’ ma non ci riesco e resto indifferente come un ragazzo sul letto di una clinica che sdraiato pensa alla sua angoscia e se ne fotte del mondo intorno e fa bene e se solo una persona osasse contraddirmi adesso la prenderei a pugni e con le mani ancora sporche del suo sangue gli direi ‘scusami ho sbagliato’ e nient’altro perché so che in qualunque modo cercassi di giustificare il mio gesto non capirebbe e cercherebbe di prendermi a pugni anche lui inconsapevole di essere sceso almeno un metro in più all’interno del fango del karma che ogni giorno che passa mi fa sempre più paura.
Scusami ho sbagliato. Scusami ho sbagliato. Scusami ho sbagliato.
- Scusami, sai dirmi che ore sono? -
Ti ho di fronte mi guardi mi rispondi i tuoi occhi sono stupendi
- …grazie… -
e il tuo sorriso è magnifico e ora che lo so vorrei non smettessi mai di sorridere per me.
Ma solo per me.
Non mi importa degli altri. Che piangano pure.
In qualche modo riesco a conoscerti non è così strano in fondo ti incontro ogni volta che esco fissando il cielo e i tuoi occhi negli occhi di DIO a loro volta fissano me nel volo dei piccioni nelle ali degli aerei nelle nuvole che corrono bianco su azzurro. Azzurro come i tuoi occhi. Splendidi.
Ne sono sicuro da quando sono nato viviamo l’uno per l’altra.
- Dove sei diretta? Scommetto in nessun posto in particolare. Vero ? -
In fondo che importanza ha sapere dove andiamo l’importante è andare.
Sarebbe meglio la si smettesse una volta per tutte di trovare giustificazioni al nostro operato.
Quel che è fatto è fatto.
Ho bevuto troppo. Avevo sete.
Ho mangiato troppo. Avevo fame.
Ho ballato, ho riso, ho pianto, ho ucciso.
- Posso farti compagnia? Oh scusa non mi sono presentato… mi chiamo Raffaele Sarti -

E la voce di una coscienza infinitamente lontana eppure così dannatamente vicina mi parla.
Ho ucciso. Scusami ho sbagliato.



























































































CAPITOLO TERZO b

Salsedine 2



È l’esperienza che mi permette di andare avanti. Azioni su azioni, il mio cervello incamera tutto e continua a reagire in un modo sempre migliore, sempre più adeguato.

Alessia se n’è andata cinque o sei minuti fa. Sola.
Non ho opposto resistenza. Trasudavo stanchezza, ho lasciato che il libero arbitrio della mia ragazza agisse, e basta.
Il rumore delle onde è assordante, il mio culo è poggiato su sabbia sporca e bagnata.
Sono stanco. Troppi pensieri si agitano dentro di me, non riesco a dominarne nessuno.
La faccia di quell’uomo ancora mi perseguita.
Giorno notte ore minuti secondi sono pieni di quegli occhi spenti lucidi e spaventosi.

Sto gettando all’aria anche il giorno del mio compleanno, me ne accorgo e me ne frego.
Qualcosa sta luccicando mi attira e lo raccolgo.
Uno strano pezzo di vetro colorato.
No, sembra di più uno specchio, ma non riflette nulla, tanto è sporco.
Il rumore dentro di me è troppo forte devo fare qualcosa per farlo smettere.
Sto impazzendo.

Dolce striscia di sangue scendi pure dal mio braccio.
Dolore che ora provo mi liberi per istanti effimeri ed eterni da un peso troppo grande.
DIO ti prego non guardarmi ora.

Il sangue ha pulito una faccia del vetro colorato.
È davvero uno specchio, e riflette benissimo.
No, l’immagine al suo interno non sono io.
O meglio, quello che vedo riflesso sono io, ma non ‘io’ in questo momento.
C’è un me stesso che parla con una ragazza. O almeno questo è ciò che mi par di vedere.

Sono stanco troppo stanco ho anche le allucinazioni.
È meglio tornare a casa.
Ripongo in tasca la frazione di specchio.
Mi concentro sul dolore al braccio pur di non pensare al mio scheletro nell’armadio.













CAPITOLO QUARTO a

Luce soffusa


È buio. Non capisco dove sono. Non vedo assolutamente niente.

Da sempre al buio sto bene. O meglio, fino a qualche tempo fa riuscivo a sentirmi davvero me stesso solo nelle tenebre.
Ma ora le cose sono cambiate. Questo nero assurdo mi pone di fronte i mostri della mia coscienza.
Questo nero assurdo è l’inchiostro di china con cui sono scritti i miei peccati più gravi, e l’anima ne è sporca.
Troppo sporca. Eppure non riuscirò mai a lavarla.
Muovo la mano lentamente molto lentamente voglio capire dove sono e può aiutarmi solo il tatto.
Sono sdraiato. Almeno di questo sono sicuro.

Buio buio buio ti prego vattene lasciami solo queste mani non possono niente, adesso.
Respiro affannoso che sento, appartieni a me?

C’è qualcosa qui vicino. Ne percepisco la presenza.
Chiudo gli occhi (tanto è uguale) e fermo ascolto.
Ho voglia di ridere. Lo faccio.
È terrificante, rimbomba tutto.
No, sono sicuro, non c’è nessuno. A parte me.
Sento qualcosa. Sento qualcosa adesso e non sono io a sentirla. È come una coscienza distante, troppo distante per poterla anche solo percepire, ma tanto vicina da potermi dominare.
Non c’è buio di fronte a me. Sono i miei occhi che non vedono. Le particelle di luce fanno il loro dovere, ma non la mia vista. Non so come faccio a saperlo, ma è così.
È qualcosa che mi frena. Ecco. Ancora. Ora il tatto. Le mani che si muovono non appartengono più a me, o almeno questo è ciò che sento.
Rido, rido, rido, eppure non emetto suoni. Via anche l’udito.
Sto sbattendo le palpebre vanno su giù su giù su giù ma non cambia assolutamente nulla.

Non ho paura. So che sta per accadere qualcosa. Fermo aspetto.

I pensieri scorrono veloci. La ragazza che ho incontrato oggi (oggi? Da quanto tempo sono in questo stato?) chissà cosa sta facendo, ora.
Di colpo sento una forte fitta al braccio. Già, la ferita. Mi si è aperta non so come non so quando, so solo che fa male e che mi sono accorto di averla quando ero con la donna che per qualche attimo mi ha reso cosciente di essere al mondo e della mia missione. Amarla.
Sanguinava, forse sanguina ancora, i sensi mi hanno abbandonato e non posso accorgermene.
Solo, fa male. E tanto. I nervi funzionano, dunque.
La mia res cogitans almeno ha qualcosa da fare, attratta dal dolore. È occupata e non ha scampo, non ho scampo, soffro. In silenzio. Un silenzio soggettivo, anche se urlo non posso sentirmi.
Provo a muovermi, ma mi sento come bloccato.
Sdraiato, immobile, giaccio, adesso, istante fermo eterno glaciale. Forse fa freddo.
Questa situazione comincia ad opprimermi.
Mi accorgo che senza i cinque sensi il tempo si ferma e riprende con me quale suo unico plasmatore. Il tempo sono io, ora. La res extensa è morta ed io sono il mio unico dio.


Ma il delirio d’onnipotenza presto termina. Grazie al dolore e a qualcos’altro, noto che alla mia coscienza è sottratta qualsiasi ipotesi di unicità e assolutezza.
Qualcuno domina me. Ecco il qualcos’altro di cui sopra.
La presenza, la coscienza che sentivo ora è più forte. Ne sono in balìa. A dominare il dominatore è una forza esterna e interna a me.
Apro gli occhi. È un suo comando e lo eseguo. Mi pare di intravedere qualcosa. Senza vista vedo una luce soffusa, e un paio d’occhi tali e quali ai miei.
E un viso. E un corpo. E un’anima. E un braccio che sanguina che appartiene a corpo e anima contemporaneamente.
Mi pare di aver provato già qualcosa del genere. Non so esattamente quando ciò sia accaduto.
Rivedermi senza specchi. Anche perché il mio è vecchio sporco e inservibile.
È me stesso che ho di fronte. Il suo braccio sanguina. Forse anche il mio. Di certo la ferita ancora ce l’ho, lo dico perché fa male.
Sembra volermi dire qualcosa. Indica con la mano il suo arto superiore ferito.
Lo guardo osservo e non capisco.

Troppi misteri. Non capisco nulla. Sono sveglio o sto dormendo? Chi è quest’essere di fronte a me? Dove sono adesso? Perché il mio braccio ha cominciato a sanguinare quando ero con quella ragazza? Perché la figura che ho davanti mi indica il suo, che sanguina anch’esso?
Perché?… diavolo, troppe domande. Nessuna risposta. Sono stanco. Voglio chiudere gli occhi. Dormire. Ma non posso sono immobile questo qui mi comanda e mi sta bloccando ogni azione volontaria.
Scompare.
Nessuna traccia di lui, né di nient’altro accaduto in questo limbo.

Apro gli occhi. Sono nella mia camera. Sdraiato sul letto. Vicino a me una donna che conosco molto bene. Colei che amo ho amato amerò sempre. Non so neanche il suo nome. La chiamerò amore, finché non si presenterà.
Sono scosso. Ho avuto un brutto sogno, forse. Non ricordo.






















CAPITOLO QUARTO b

Il giudice



Mi sento strano. Appena arrivato a casa mi sono addormentato. Avrò dormito almeno per dieci ore. Non ne sono sicuro, però. Non mi va di cercare l’orologio.
Il braccio è completamente ricoperto di sangue rappreso.
Già, il pezzo di vetro.
Al mare ho preferito lasciar scorrere il rosso – anima senza asciugarlo.
Mi fa un certo effetto. Mi piace.
Ora che ci penso, se ho dormito devo aver sognato qualcosa. Lo so. È scientificamente provato: tutti sognano. Non ricordo però la materia onirica che mi ha appena abbandonato.

Credo che la gioia più grande dell’uomo, sia il servirsi di chi ha intorno unicamente per i propri fini.
Operare con distacco, distrattamente distruggere chi ti crede amico.
Con gioia, fare a pezzi chi ti ama, o dice, pretende di farlo.
Nient’altro.

Voglio uscire. Prendere aria.
È notte è fresco si sta bene.
Non ho la macchina. Né i soldi. Non posso permettermi di andare in nessun locale. Neanche al cinema. E poi, con chi ci andrei? Con Alessia?
Non mi va di vederla. Preferisco stare da solo. Ora più che mai.
Sono sicuro che posso divertirmi un mondo anche solo con questo pezzo di vetro.
La mia sfera di cristallo.
Non so da dove provenga veramente. Forse da un mondo lontano. Da tribù aliene. Oppure è fatto della stessa materia dei sogni, e dunque è effimero come loro, e se non sto attento scomparirà.
Ma questa è la vita, no?

Guardo osservo e capisco che quello sono io ma non sono io. Mi piace questo gioco!
Mi piace sempre di più!
È deciso. Dedicherò il mio tempo a questo specchio. Anzi, a questa finestra sul mondo.
Ma prima, voglio chiudere quella in salotto. Uno spiffero tremendo mi sta


-


luce accecante ti prego…
andate via!!!! Insetti maledetti andate via!!!!!!!!
Non sto giocando con altri che con me!
Non è nulla di proibito!
Perché fate così, perché?
Tu, laggiù, mi vedi?
Dannata copia di me stesso, mi vedi? No? Mi senti, almeno?
Apri gli occhi---------------aprili!!!!!!!!!



Guarda, guarda questo braccio! Lo vedi? Vedi questo sangue? È il tuo!
Hanno detto che devo smetterla di chiamarti, ma non posso farci niente!
Tu servi a me e io servo a te! Lo sai, no?
Hanno detto che se continuo a intromettermi nella tua vita, mi toglieranno anche la facoltà di entrarti nei sogni! Capisci che vuol dire, vero?
Che finirebbe tutto!
Non potremmo più tentare di tornare all’uno primordiale!
Non potremmo più invertire l’ordine delle cose!
Capisci?
Diavolo, mi senti? Mi senti o no?
Guarda questo braccio! È qui la chiave di tutto, è qui!
Guardalo!!!!
Ho finalmente capito perché

- stai zitto e lascialo in pace. Non vedi che ha perso i sensi?-

che cosa ci sei venuto a fare tu qui? E poi come fai a parlare se lui ha perso i sensi?
Ah, già, non siete una cosa sola…

- non devi permetterti di parlarmi così. Sai bene che sono il giudice.
Sai bene che la mia autorità e i miei poteri sono di gran lunga superiori ai tuoi. Se sei qui è solo perché sono io a chiamarti. Non scordarlo mai. Non scordarti le due facce alla base della mia natura. Non scordarti mai del perdono e del castigo. Posso fare ciò che tu chiami bene, ma anche ciò che tu chiami male.
Dipende tutto da me, qualunque cosa tentiate di fare –

Ora sei tu che ti stai dando troppe arie!
Se riusciremo nel nostro intento sai bene che sarà tutto diverso!

- ingenuo chi volle mutar destino
convinto senz’esserne pedina –

-

quanto sono debole… come ho fatto a cadere così facilmente?
Mi sento stanchissimo…
Lo specchio! Già, lo specchio!
Il mio nuovo gioco!













CAPITOLO QUINTO a

Verità e sogni



Respiro flebile. Non voglio svegliarti, non ancora. Guardare il tuo corpo distesomi accanto. Nient’altro.

- …oh, sei sveglio? Allora buongiorno!… che ore sono? …-
- Non ne ho idea.-

Continuo a guardarti. Accarezzo dolcemente il tuo corpo. Sei qui vicino a me eppure ti sento così lontana… non capisco cosa mi stia accadendo. Mi sento completamente sfiancato. Devo aver avuto un incubo stanotte. Sta succedendo qualcosa di strano, di cui non ho il controllo.
Sono spaventato ma non posso no non posso darlo a vedere.
Amore dolcissimo vorrei non te ne andassi mai.
Ti prego aiutami in questo momento sono troppo troppo confuso.

- ..quanto avremo dormito? … non devi andare a lavorare?… sempre se ce l’hai…un lavoro…-
- Non è importante adesso-

Nulla è importante a questo mondo fuorché me e te. Non voglio sapere di null’altro.
Il tuo sbadiglio è così dolce e tu sei così debole.
Come posso chiederti di proteggermi?

- …senti, vado a preparare la colazione. Lo prendi un po’ di latte?-





-




Di cosa è fatta la bellezza?
Di sogni forse, o di ideali?
In che senso si può essere belli e brutti contemporaneamente? Perché queste dannate divisioni? Perché non si può essere tutti uguali? Perché non si può essere tutti ugualmente belli?
Perché bellezza e bruttezza sono l’un dell’altra madre e figlia contemporaneamente?
Sono pervaso da un’ansia sintetizzatrice.
Il corpo di questa ragazza è troppo distante dal mio. Nella sua beltà non vedo riflessa la mia.







Non riesco più a vivere senza specchio. Non lo dà a vedere, ma anche lei pensa lo stesso.
Schiava di un’immagine che purtroppo non ha visto, tristemente torna vicino a me.
- Senti, lo so che suona un po’ stupido, ma… c’è solo un bagno in questa casa?… cioè, non fraintendermi, non voglio essere maleducata, ma… -
- Un bagno. Nessuno specchio. Alludevi a questo, vero? -
- ...bè…-
- Mi dispiace ma nel mio regno le immagini riflesse non hanno nulla di concreto.-

Ho paura di ciò che sto per dire, ma è come se una forza mi spingesse a farlo, come se…

- Ma se ti fa piacere saperlo, sei bellissima. Forse troppo bella. Devo ammettere che mi metti quasi in soggezione.-
- Ah, davvero? Non ho mai ricevuto un complimento così strano…-
- Lo sai che non ci siamo ancora presentati, vero? -
- Oddio, hai ragione!… mi chiamo…-
- No, ti prego.
Non voglio sapere il tuo vero nome. Anzi di te non voglio sapere proprio niente.
O meglio, non mi interessa la tua immagine reale.
In un mondo senza specchi non credi sia più divertente lasciare spazio alla fantasia?
Creiamo mondi, universi unicamente nostri… -
- Non mi piace mentire.-
- No! Non sto parlando di menzogne! Quelle di cui parlo sono solo diverse verità, capisci?
Fatti cullare dall’onda delle mie parole, della descrizione che posso e voglio fare di te! Perché…-
- Ma come fai a dire tutte queste cose appena sveglio?-
- Non mi stai ascoltando, vero?-
- Non è che non ti sto ascoltando, è solo che fino a dieci minuti fa ero a letto a dormire e ora tu mi…-
- Hai sognato qualcosa?-
- Non lo so, non ricordo…-
- Dài, prova a sforzarti…-
- No, proprio non ricordo…-
- Facciamo finta che tu invece ti sia ricordata benissimo del tuo sogno, e che me ne abbia fatto partecipe. Dì, è realtà quella? I sogni sono realtà o sono solo nostre creazioni?-
- Bè, ognuno fa i suoi sogni, quindi immagino che…-
- Allora dimmi: quando mi racconti un sogno che hai fatto non menti, vero? Eppure non è niente di reale.-
- Credo tu abbia ragione, anche se davvero a quest’ora non è proprio il momento per…-
- Allora, hai capito finalmente? Voglio che tu descriva la realtà come se tu l’avessi sognata, come se fosse solo tua… non mi importa sapere come sono, voglio sapere le emozioni, le impressioni che ti suscito! Non mi interessa sapere chi sei, che lavoro fai, voglio conoscere il tuo sogno di te stessa! -
- Bè, ogni volta che dormo mi ritrovo in situazioni assurde, diverse, come posso ricordarmi…-
- NOOO! Non voglio sapere i tuoi veri sogni, voglio sapere…-

La testa! Diavolo, la testa! Ho un dolore fortissimo, non resisto!

- Cos’hai? Che ti succede?-

Mi accascio a terra e forse svengo.






- …ma, sei ferito! Ehi! Mi senti?… ehi!…. –

Sento la tua voce sì la sento benissimo ma come posso fartelo capire non ho

-

- Cosa stai cercando di fare? -

Di nuovo quella maledetta sensazione! Non riesco a muovermi, sono troppo debole…
Sento ancora di essere in balìa di quella strana forza. È qualcosa che ho già provato, ma in questo momento c’è qualcosa di diverso. È come se le energie che hanno partecipato nel trarmi qui non fossero le stesse dell’altra volta. Ma la potenza è la stessa.

- Non credi di stare esagerando? -

C’è qualcosa di fronte a me ma non posso veder nulla. Senza vista ascolto.

- È inutile, lo sai benissimo anche tu. La vostra missione non ha senso. Cessate ve ne prego. I miei doveri sono tanti, perché occuparmi ancora di formiche come voi? Siamo stanchi tutti e due. Giudice alfa e giudice beta. Ciò significa che presto o tardi avrete contro anche l’altra mia faccia.
Dunque è ora di smetterla –

Provo a parlare, a dire qualcosa. Mi ricordo di questa voce.
- Non so chi tu sia, né cosa tu voglia da me. Smetterla? E di fare cosa? Di quale missione stai parlando?-

- Fallo stare zitto!-

Di colpo gli occhi aperti tornano a vedere. Due figure di fronte a me. Quello sono io!
Ma sì, certo! È di nuovo quel ragazzo uguale a me! Sì, ha anche il braccio ancora rosso di sangue.. ma chi è l’altro vicino a lui? Non riesco a distinguerlo bene… capisco solo che è da lui che proviene la voce che sento. La mia copia invece è troppo lontana perché possa sentirla, o almeno questa è l’unica spiegazione che riesco a dare al fatto che pur muovendo la bocca, da lui non sento provenire alcun suono.

- NO! Che hai fatto! Sai bene che non può e non deve vedermi! Maledetto! Se quando ti concessi di comunicare con lui avessi saputo che avresti fatto tutto questo…-

Lo colpisco. O meglio, quel ragazzo identico a me lo colpisce. Poi si gira e mi guarda. Mi fa cenno di avvicinarmi a lui, ma io non riesco proprio a muovermi.
Ancora un colpo, l’altro si accascia.
Comincio a correre verso di me. Le forze mi sono tornate. Dio, com’è strano tutto questo… che sta succedendo? Io sono qui, ma sono anche lì… sento di essere uguale a lui, di essere lui…





CAPITOLO QUINTO b

Illusione



Finalmente! Finalmente è successo! Finalmente l’ho colpito, finalmente posso congiungermi a me! Finalmente i miei sforzi non sono stati vani! Finalmente!











































CAPITOLO SESTO a

Bambino spegni il televisore


- EHI! Allora, mi senti o no? Ti prego non farmi spaventare!-

Sono svenuto, non riesco a capire perché. Ho una fitta tremenda vicino l’occhio. Sento il cervello scoppiare. Mi rialzo, ma a fatica.
- Per favore, non urlare. Sto bene. Ho avuto un lieve mancamento. Nulla di grave. Ultimamente mi succede spesso. -
- …davvero, mi hai messo una paura…-
- HO DETTO CHE NON HO NIENTE!-
Vorrei colpirla, scacciarla, ma sono troppo debole. Mi limito a quest’urlo, inutile e ridicolo.
Una lacrima comincia a rigarle il viso. La trovo decisamente stupida.
Sono troppo occupato con me, adesso. Che se ne vada pure, questa donna. Sto male, non ha senso stia male anche lei.
- Vattene, adesso, subito. Ti chiamerò, prima o poi. Forse -
Non so perché sono così brusco. Dev’essere colpa del mal di testa.

La porta di casa si chiude. Lei se n’è andata. Io sono qui, solo.
Ho bisogno di distrarmi in qualche modo, ma non ho idee a riguardo.
Di scrivere non se ne parla. Di uscire neanche.
Mi sdraio sul letto e aspetto.
Cosa, non so.
Occhi chiusi mente aperta ho davvero bisogno di riposare così il mal di testa forse se ne andrà.


-


Con un colpo lo ha steso a terra. È forte. È strano che una persona così uguale a me abbia delle qualità così diverse dalle mie.
Ora corre verso di me. Si ferma, a un metro dai miei occhi.
Mi guarda lo guardo osservazione lenta glaciale sento un fremito come se stesse per accadere qualcosa non so cosa eppure lui è qui adesso.
Ancora.
Mi sembra di non averlo mai perso.
Anzi, mi chiedo cosa ci abbia divisi.
Posso voglio devo entrare in lui.
Avvicina il suo arto ferito al mio.
D’istinto faccio lo stesso.
Sento la sua energia. Così uguale alla mia, che non avrei mai creduto possibile una cosa del genere.
Esistessero le anime gemelle, sarebbe lui e solo lui la mia.
Lampo accecante, quando avrà fine tutto questo?








Di colpo tutto si fa buio. La figura accasciata si sta rialzando.
Sento di dover fare il più in fretta possibile, ma so anche che ci sono dei tempi da rispettare. È l’istinto, la mia natura, sono nato per fare questo e lo sto facendo.


Veloce più veloce vi prego
REGOLE DEL CREATO DANNATE REGOLE DEL CREATO
almeno adesso potreste chiuderlo un occhio?

- Fermi!-

Dannazione ci ha visto so che ci fermerà, in qualche modo. Del resto anche lui non fa che seguire la sua natura…
Strani insetti cominciano ad accerchiarci.
Mostruosi. Mi parlava di qualcosa del genere un mio amico alcoolizzato cronico.
Gambe, braccia, collo, le mie parti scoperte sono un invito a nozze per questi esseri schifosi.
Non ci stanno mordendo. Non ancora. Ma so che lo faranno presto, prestissimo.
Ho troppa paura, lascio incompleto il mio compito, abbandono la mia ‘copia’ e scappo.
Quel che sarà sarà.

Minuti secondi od ore addirittura.
Il ragazzo uguale a me continua a seguirmi. Dell’altro essere e degli insetti invece nessuna traccia.
È tutto così buio, così immateriale, comincia a piovere ma non mi sembra di bagnarmi.
Fa freddo, adesso.
Laggiù mi sembra di vedere una specie di metropolitana. D’istinto mi ci dirigo.

Bambino spegni il televisore perché continui a guardare quelle brutte cose che ti spaventano?
Raffaele non scendere nella metro non hai paura di morire?

Non posso farci nulla. Ciò che più mi spaventa, più mi attrae.
Mi fermo, ora distinguo chiaramente antri di cemento e rotaie intorno a me.
Mi sembra di aver già vissuto tutto questo.
- Perché mi hai seguito fin qui?-
La prima domanda che mi viene in mente gliela pongo. Ma nella testa è un turbine una tempesta di dubbi che si sta scatenando, non mi basterebbero nove vite per dissiparli tutti.
- Qualsiasi elemento è attratto dalla sua origine. Così io lo sono da te, e tu lo sei da me.
Se proprio vuoi saperlo, ma te l’ho già detto una volta, sei sempre tu a chiamarmi.
Sembra incredibile la tua inconsapevolezza nei confronti dei gesti che compi…-

D’improvviso qualcosa si illumina dentro di me, come un barlume di idea.
In lontananza, un fulmine spaventoso spegne il buio per qualche secondo.
Ricordo tutto, adesso.
Ricordo la nostra missione.
Come ho fatto a scordarla, come?
Come ho fatto ad essere così stupido da lasciar perdere tutto, prima? Qualche insetto non avrebbe dovuto certo fermarmi così facilmente.
Il mio problema è che ho sempre troppa paura. Più la situazione è grave, meno sono in grado di resistere, e lascio tutto.
Sempre.
- Diavolo, eravamo così vicino eppure…-
- Oh, sembra tu ti stia ricordando… la faccia del giudice dev’essere cambiata ancora una volta. Chissà, forse possiamo riprendere da dove abbiamo interrotto. Anche se credo sarebbe troppo facile.-
- Qualunque cosa decidiamo di fare, facciamola fino in fondo.-
- Già, questo è un buon modo di vedere le cose. Ma cos’è giusto fare, adesso?-
- Portare a termine la nostra missione.-
- Non so, c’è qualcosa che non mi convince.-
- Cosa?-
- È come se sentissi che le cose non debbano davvero andare così.-

- Capisco a cosa alludi. In fondo partecipiamo entrambi della stessa energia. Anch’io sto nutrendo i tuoi stessi dubbi, e sto cercando di dissiparli. Non aver paura, avvicina il braccio a me -, gli dico, porgendogli il mio.

Ma forse non si può unire ciò che non si è mai separato.


CAPITOLO SESTO b

Fine o inizio?



Qualcosa è successo.
Non so esattamente cosa, neanche voglio né posso capirlo.
Questo ragazzo così simile a me ha finalmente compreso. Confesso che non ci speravo neanche più.
È inutile, alle regole dell’ordine e del caos non mi ci abituerò mai.
Comunque, quel che conta adesso è che stiamo per unirci. Stiamo per tornare all’inizio.
La scissione avvenuta nella coscienza-Coscienza di Raffaele Sarti ha finalmente fine.
Basta vite separate, di nuovo come prima, ora.
Eppure mi sembra tutto troppo, troppo facile.

Staremo a vedere.



permalink | inviato da il 23/5/2003 alle 13:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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